Rassegna Stampa

La Nuova Sardegna

Teatro clandestino, la voglia di resistere

Fonte: La Nuova Sardegna
9 dicembre 2009

MERCOLEDÌ, 09 DICEMBRE 2009

Pagina 40 - Cultura e Spettacoli

Due recenti spettacoli sulle scene sarde sollevano il velo su una realtà poco conosciuta

Sergio Meloni rilegge gli scritti di Atzeni con i suoni e il colore

ENRICO PAU

CAGLIARI. Com’è strano il destino dei teatranti in Sardegna. Ci sono registi con la pancia piena che gestiscono teatri, scuole... Stabili con pubblici impellicciati, dove giungono attori a volte con pedigree televisivo per accarezzare un pubblico che non ama le cose difficili. Poi, teatranti costretti a vagare come nomadi a cercare uno spazio, inventandoselo dentro stanzette gelide. La distanza tra i due mondi sono le idee e i soldi: dove le prime abbondano, di solito i secondi mancano e viceversa. Sempre più spesso nei nostri teatri ufficiali arrivano spettacoli convenzionali, compitini. Con la pancia piena non si è costretti a rischiare. Questa osservazione è nata osservando due spettacoli interessanti, ma entrambi “clandestini”. Il primo, «Filastrocca di quando buttavamo a mare i tram», è ispirato a uno scritto di Sergio Atzeni sui moti cagliaritani del 1906 che videro una città sconvolta dalla fibrillazione popolare e la risposta violenta dell’esercito che sparò e uccise. Sergio Meloni pittore e musicista dà un esempio insieme a tre musicisti (Antagonista, Pinna e Congia), di come si puo’ avvicinare a teatro la materia poetica. I testi di Atzeni, letti dalla bellissima voce di Amilga Quasino, ci portano malinconicamente indietro, raccontano il destino di una città che un tempo aveva un popolo, di artigiani, operai, le sigaraie della Manifattura, disposto anche a morire per i propri diritti. Meloni con le sue “disegneddas”, un misto di strumenti musicali e colori per disegnare, lascia una traccia emotiva, pittorica e percussiva su grandi fogli bianchi. Insieme a musica e voce, le immagini scaturiscono da un territorio che ha una singolare nota che si fa colore, trasporta sulla carta la parola che è musica, narrazione, memoria, paura, speranza. Altro spettacolo. Sul palco della Vetreria, Sergio Piano ha portato i suoi giovani attori in «Detempest» singolare parafrasi scespiriana della «Tempesta». Piano è un reduce, ha un passato lungo d’attore e un recente “naufragio” teatrale che lo hanno condotto metaforicamente su una spiaggia dove adesso è Prospero, protagonista dello spettacolo, deus ex machina. Prospero, regista, artefice. Vita e teatro si mischiano. L’isola ha uno strano accento cagliaritano che dà allo spettacolo un riverbero da Commedia dialettale, ma di serie A, senza ingenuità. Singolarmente il sardo si mischia al napoletano in questa eretica «Detempest»: due lingue teatrali non troppo lontane, complici, vivacissime e insieme musicali. Gli attori pur inesperti sono bravi. L’idea è semplice usare Shakespeare per parlare del presente della nostra isola, del suo destino tragico, quello di avere una lingua di cui si puo’ essere orgogliosi, ma di non saper resistere ai miraggi esterni che vogliono cambiare la natura dell’isola stravolgendo la sua bellezza e rubando il suo cuore.