Rassegna Stampa

Cinemecum

Il perfido incanto degli "occhi elettrici”

Fonte: Cinemecum
21 maggio 2009

 
Nell'elegante cornice del Ridotto del Massimo una rassegna per cinefili incalliti, ma anche per inguaribili romantici e stravaganti idealisti. Perché nel cinema futurista, tutto è possibile. Parola di Cretinetti. di Alessandra Menesini

E’ stato il documentario di Nato Frascà, pittore esperto di Psiconologia e Arte dello Scarabocchio, ad aprire la rassegna “Occhi elettrici”, iniziata martedì sera sera nel Ridotto del Teatro Massimo di Cagliari. Introdotto dagli interventi (in ordine di apparizione) di Enrica Anedda, di Giorgio Pellegrini, di Piero Pala e di Gianni Olla, il lavoro girato per la RAI nel 1968 dà voce alle interviste di vari esegeti del Futurismo. Tra loro, un giovane Edoardo Sanguineti afferma che il movimento di Marinetti e soci non fu rivoluzione ma contestazione. Maurizio Calvesi parla di una “ideologia estetica”, Mario Verdone delle sue connessioni e influenze internazionali.

Dopo le testimonianze, quaranta minuti di un film muto diretto da Anton Giulio Bragaglia nel 1916. "Thais", o “Perfido incanto”, questo il titolo, narra piuttosto nebulosamente di una donna fatale con gli occhi bistrati che seduce gli uomini senza innamorarsene. Attività stroncata dalla morte per caduta da cavallo di un’innocente danseuse, la dolce Bianca che forse si è uccisa. Mezzo strampalato, ma meno complicato di quello scelto da "Thais", che in preda al rimorso si fa soffocare da fumiganti gas, eruttati da una bocca–vulcano, nei sotterranei della sua magione. Trama non memorabile resa però interessante dalle scenografie di Enrico Prampolini che mette sugli sfondi losanghe, spirali, cerchi concentrici e dalle didascalie che in buona parte prendono in prestito i versi di Baudelaire.

Sullo schermo scorrono immagini non certamente futuriste: piume, completi d’amazzone, costumi simbolisti ma è impagabile la scena in cui un’automobile viene caricata su una barca ed attraversa il lago. Thais, contessa russa mangia uomini e maestra di coquetteries, passa a miglior vita (dopo una troppo lunga agonia) intossicata dai vapori velenosi e trafitta dalle lance del labirinto del fotogramma finale. Anche il cinema futurista ha un suo Manifesto, siglato l’11 settembre (data sinistra) del 1916. Dal quale si evince che il libro è passatista, la cinepresa no. Il libro è destinato a sparire, come le cattedrali, le torri merlate, i musei e l’ideale pacifista. ”Il cinematografo futurista che noi prepariamo, deformazione gioconda dell’universo, sintesi alogica e fuggente della vita mondiale, diventerà la migliore scuola per i ragazzi: scuola di gioia, di velocità, di forza, di temerarietà e di eroismo".

Inoltre il nuovo cinema doveva compiere l’evoluzione della pittura, distaccarsi dalla fotografia, distinguersi dal teatro e diventare antigrazioso, deformatore, impressionista, sintetico, dinamico, parolibero. Assunti scarsamente verificabili in film andati in gran parte perduti.
Il calendario di “Occhi elettrici. Il cinema futurista e le altre avanguardie” prevede una settimana di proiezioni. Dopo “Velocità” di Pippo Oriani, “Amor pedestre” e “Le straordinarie avventure di Saturnino Farandola” di Marcel Fabre alias Robinet (precursore di Andy Wharol) visti ieri, si prosegue con doppio orario, alle 19 e alle 21.

Imperdibili per i veri cinefili le opere, per esempio, di Fernad Leger, Renè Clair, Marcel Duchamp, Man Ray, Hans Richter, Andrè Deed (Cretinetti), del sommo Sergej Ejzenstein.
Ad alimentare i dibattiti tanto temuti da Fantozzi, ci saranno gli interventi di Simone Cireddu, Piero Montani, Antioco Floris, dell’assessore alla Cultura del Comune di Cagliari Giorgio Pellegrini in veste di esperto della stagione futurista.