Rassegna Stampa

L'Unione Sarda

Il commento Un bene primario deve essere sempre garantito

Fonte: L'Unione Sarda
14 aprile 2014

 

Togliere l'acqua corrente a una famiglia significa costringerla a vivere come 100 anni fa. Impedire alle persone di lavarsi, di bere, di cucinare, di soddisfare alcune delle esigenze primarie dell'individuo. In altre parole pregiudicare un diritto sacrosanto, quello alla salute, garantito dalla nostra Costituzione e dalla Carte internazionali. In gioco c'è però anche l'interesse della società o dell'ente che gestisce il servizio idrico, servizio che ha costi salati, a incassare quanto previsto dalle tariffe. Un interesse solo privato, ma anche pubblico: se nessuno pagasse, ad accollarsi il debito dovrebbe essere lo Stato, cioè tutti noi. Il tema è complesso. E non è un caso che attorno a un bene primario come l'acqua si sta sviluppando un dibattito sempre più acceso, che vede agli estremi chi ne vorrebbe la privatizzazione totale da una parte e chi, invece, la distribuzione libera e gratuita per tutti dall'altra. Il decreto con cui, in attesa di decidere nel merito, il giudice di Cagliari Mario Farina ha obbligato Abbanoa a riaprire i rubinetti nella casa di una donna di Maracalagonis sembra un giusto compromesso. Sancisce il principio che usare l'arma della sospensione della fornitura per costringere un utente a pagare le bollette è illegittimo, un vero e proprio ricatto. Ma non che il taglio del servizio sia sempre e comunque impossibile. Se infatti la situazione di morosità viene accertata in un Tribunale, per l'utente non c'è scampo. O paga o resta senz'acqua. E se non ha i soldi dovrebbe esserci chi lo fa per lui, ad esempio i servizi sociali dei Comuni. Il problema però è che spesso il meccanismo si inceppa. E a rimetterci sono quasi sempre i più sfortunati.
Massimo Ledda