Rassegna Stampa

Sardegna Quotidiano

Se dai secoli riemergono storie che il tempo non sa cancellare

Fonte: Sardegna Quotidiano
11 marzo 2013

BONARIA

 

Pietro Raccis, ottanta e passa primavere portate con grinta a dispetto degli acciacchi («ho passato due anni all’ospedale militare a causa delle ferite alle gambe riportate in uno scontro a fuoco con Liandru e i suoi banditi, quando ero carabiniere») ha un ricordo chiaro del cimitero di Bonaria: «Non era ancora “monumentale ”, come lo chiamano oggi. Era il camposanto della città, in una zona appartata e all’epoca con pochissime case attorno ». Parliamo degli anni Cinquanta, altri tempi. I tempi in cui l’ingresso del cimitero non corrispondeva a quello odierno, ma si apriva sull’omonimo viale, sormontato dalla campana (tuttora visibile) i cui rintocchi scandivano gli orari delle visite. Edificato a ridosso dell’omonimo colle, il cimitero di Bonaria, progettato dal capitano del genio Luigi Damiano, fu inaugurato 1829.

La costruzione del camposanto (che sorge su un’area già utilizzata come necropoli in età paleocristiana) risolse in gran parte i problemi igienici legati all’abi - tudine di seppellire i morti all’interno o in prossimità degli edifici di culto. Peraltro, dopo soli trent’anni la capienza del camposanto si dimostrò insufficiente, ragion per cui fu dato incarico all’architetto Gaetano Cima di realizzare un primo ampliamento, a cui seguirono altri fino a raggiungere la cima del colle. Un’apposita area del cimitero venne destinata agli inglesi, francesi e tedeschi di religione protestante ed anglicana. «Da ragazzini scavalcare il muro per fare un giro tra le tombe era considerata una prova di coraggio» racconta Raccis. «Se di giorno il luogo non metteva paura, di notte era ben altro discorso. Le ombre delle antiche statue iniziavano ad allungarsi, e iniziavi a scorgere quegli occhi di pietra che ti fissavano da ogni direzione. Ti venivano i brividi, e non certo per il maestrale che fischiava tra i cipressi». Pur nella gravissima situazione di degrado in cui versa il monumento soprattutto nella parte più antica, quella corrispondente alla zona pianeggiante ai piedi del colle di Bonaria, il fascino del luogo è rimasto immutato nei secoli.

Ne rimase vittima, tra gli altri, il viaggiatore francese Gaston Vuiller, che nel 1893 scrisse: «Qui i monumenti funerari sono di rara ricchezza. Bianche statue simboliche appaiono attraverso i cipressi neri e gli enormi mazzi di fiori, le corone, portate in occasione della recente festa dei morti, hanno conservato parte della loro freschezza». Secondo il francese, «non si ha il cuore stretto, in codesto luogo, per il pensiero dell’ora delle ultime separazioni. Il più umile, il più solitario dei cimiteri di paese s’addice maggiormente agli amari pensieri del brusco distacco, dell’eterna separazione, e per dirla con una parola: alla morte». L’ex carabiniere parla degli “incontri ” ri - masti indelebili nella sua memoria di ragazzino. Quello con Maria Ugo Ortu, ad esempio, ritratto nella pietra mentre ci osserva perplesso dall’aldi - là, come se non avesse compreso appieno il senso di un’esistenza terminata dopo solo due anni («“Non piangete, mamma e papà”: quella iscrizione mi ha sempre commosso, spiega Raccis»). O quello con la nobildonna Giuseppina Ara dei Conti Ciarella, morta nel 1870: «Se osservi bene il volto della statua, capisci che quello è il ritratto della donna da defunta. Lo sguardo spento, le labbra socchiuse... fa davvero impressione». Paura, ma anche tanta tenerezza: « “Adelina”, una scultura del grande Sartorio”: la figlioletta che abbraccia il ritratto della mamma, sepolta lì» mormora l’ex carabiniere.

Che ha nominato il valsesiano Giuseppe Sartorio, attivo nella seconda metà dell’Ottocento aTorino, Roma e Cagliari, richiestissimo (e ben pagato) per le sue doti artistiche. C’è però, tra tutte, una scultura (anch’essa di Sartorio) che da sempre commuove generazioni di cagliaritani: «Cattivo! Perché non ti risvegli?! » recita prontamente a memoria Pietro Raccis. Si riferisce al monumento funebre di Efisino Devoto, nell’antica cappella della nobile famiglia. Il piccolo indossa il vestito della festa, e pare essersi assopito sulla sua seggiolina di legno. Si racconta che la mamma lo chiamò per andare a messa, ma Efisino non si mosse. Credendolo addormentato, lo scosse, invano. Già con gli occhi pieni di lacrime, la donna ebbe un motto di stizza: «Svegliati, cattivo!». Ma Efisino non aprì mai più gli occhi, chiusi al mondo e a tutti quelli che, dopo più di cent’anni, passano ancora davanti alla cappella Devoto. Fabio Marcello