Rassegna Stampa

Vistanet Cagliari

Lo sapevate? Le tre cose che non sapevi sul quartiere Castello

Fonte: Vistanet Cagliari
4 maggio 2022

Lo sapevate? Le tre cose che non sapevi sul quartiere Castello


Torre dell’Elefante a Cagliari – Foto di Chambres du monde
Il quartiere di Castello, a Cagliari, è uno dei luoghi più affascinanti della città. Per secoli è stato il centro del potere civile, militare e religioso, un luogo pieno di storia, arte e di incredibili storie da raccontare, alcune cruente, altre più curiose e semplici. Noi ve ne sveliamo tre.


Lo sapevate? Le tre cose che non sapevi sul quartiere Castello.
Il quartiere di Castello, a Cagliari, è uno dei luoghi più affascinanti della città. Per secoli è stato il centro del potere civile, militare e religioso, un luogo pieno di storia, arte e di incredibili storie da raccontare, alcune cruente, altre più curiose e semplici. Noi ve ne sveliamo tre.

In epoca spagnola la Torre dell’Elefante venne utilizzata anche come carcere e alle sue porte venivano appese le teste mozzate dei prigionieri condannati a morte e decapitati nella vicina plazuela (l’attuale piazza Carlo Alberto, che era il luogo per le esecuzioni), come monito per la popolazione.

Nel 1671 le teste del marchese di Cea, don Jayme Artal di Castelvì, di don Silvestro Aymerich, don Francesco Cao e don Francesco Portugues furono tagliate perché i nobili in questione furono ritenuti (secondo un processo sommario) implicati nell’omicidio del viceré Camarassa del 1668. Le teste degli ultimi tre furono svuotate e riempite di sale e tutte e quattro rimasero appese sulla Torre dell’Elefante all’interno di una gabbietta per 17 anni.


La casa del mercante Antioco Brondo, nell’odierna via Canelles, da cui partirono i sicari, fu rasa al suolo e lì venne sistemata una targa che ricorda l’omicidio e tuttora è possibile vedere.

 


Altra curiosità: in Castello, in piazza Indipendenza, proprio tra il palazzo della Massoneria e l’ex Museo Archeologico, c’è un pozzo profondo 88 metri costruito nel Medioevo dai Pisani.

 

Il pozzo non è più visibile perché nella prima metà del 1800 l’imboccatura del pozzo fu abbassata al di sotto del piano stradale, insieme alla noria per attingere l’acqua e ai ricoveri per gli animali. Venne realizzata anche una galleria, scavata nella roccia e con la volta in muratura, per consentire l’accesso al pozzo ed il transito degli animali fino alla noria.



Il pozzo è ancora accessibile tramite questa galleria, il cui ingresso è sistemato proprio vicino al vecchio Museo Archeologico Nazionale. Il pozzo può essere visitato durante Monumenti Aperti ed è raggiungibile attraverso un chiusino di ghisa.



Il pozzo è coperto da una volta in mattoni, ha una forma quadrata ed è  profondo 77 metri, poi incontra la falda acquifera, che scende in profondità per altri 11 metri.

Si ritiene che il pozzo di San Pancrazio sia di epoca medioevale per la forma dello scavo, e per una iscrizione oggi perduta, secondo la quale la sua costruzione risalirebbe al 1253, in pieno periodo pisano.
Fino ai primi del 1800 la fontana di San Pancrazio, insieme a quelle di Santa Lucia e di Santa Croce, fu tra le più importanti ed attive di Cagliari.

 


Le tre fontane, di proprietà dell’amministrazione civica, erano le uniche periodicamente controllate e riparate in caso di necessità. Esse erano date in appalto ogni tre anni, e per avvertire gli imprenditori, venivano affissi dei manifesti alle porte della città, con l’invito a chiunque fosse interessato a partecipare alla gara d’appalto. Era obbligo dell’appaltatore tenere sempre in buono stato ed in funzione la fontana, in modo da fornire acqua tutti i giorni a chiunque ne facesse richiesta. Generalmente l’appaltatore si impegnava a sostenere le spese per le piccole riparazioni, mentre le riparazioni più costose restavano a carico dell’Amministrazione cittadina. Proprio dall’esame dei contratti d’appalto emergono particolari interessanti per ricostruire la storia del pozzo. Allorché, nel 1733, tale Bernardino Solinas si aggiudica la fonte, essa vale 113 lire e 15 soldi, dispone di 22 ruote di funi, 200 recipienti in creta, 8 ruote di funi vecchie, e tre cavalli. Le funi, dette libani, erano tra i beni più preziosi del pozzo: erano di una fibra vegetale particolarmente resistente all’acqua, comunemente impiegata nelle funi nautiche, ed ottenuta dalla lavorazione del cosiddetto giunco marino. Per contratto l’appaltatore aveva l’obbligo di tenere a proprie spese uomini e carri, carichi di botti piene d’acqua, sempre in giro per le vie di Castello.
Il 3 marzo 1867 il primo acquedotto cittadino fu ultimato e l’acqua riuscì ad arrivare a Cagliari dalle montagne di Corongiu: si chiuse così per sempre la storia del pozzo di San Pancrazio.

 

Terza curiosità: nel soffitto della cripta della Cattedrale di Cagliari sono scolpiti 584 magnifici rosoni, uno diverso dall’altro. La Cattedrale di Cagliari è il monumento religioso più importante della Sardegna. Una sovrapposizione di stili incredibile, che riporta alle varie dominazioni esterne della città.
Nei primi anni del XVII secolo, l’Arcivescovo Desquivel fece sopraelevare il presbiterio per far scavare una finta cripta dedicata alle reliquie dei Martiri, a San Saturno e a San Lucifero.


Il soffitto, voltato a botte ribassata, è decorato con ben 584 rosoni (tutti diversi tra loro), alternati con punte a forma di diamante. Il Santuario è un’opera di incomparabile bellezza per i delicatissimi lavori di scalpello, per la straordinaria abbondanza di marmi, rosoni, nicchiette, contenenti, appunto, le reliquie dei Martiri (o presunti tali).

La volta a botte della cappella centrale è ribassata: sul soffitto compaiono 584 rosoni scolpiti all’inizio del Seicento con imitazione di foglie di acanto, di rosa, di vite, di fico e anche di qualche motivo non floreale. La peculiarità dei rosoni scolpiti a mano sulla roccia è data dal fatto che sono tutti diversi l’uno dall’altro.