Rassegna Stampa

Vistanet Cagliari

Giorno del Ricordo. La testimonianza di un profugo istriano: «Io e la mia famiglia abbiamo lasciato

Fonte: Vistanet Cagliari
11 febbraio 2020

Giorno del Ricordo. La testimonianza di un profugo istriano: «Io e la mia famiglia abbiamo lasciato la nostra casa. A Cagliari dobbiamo tanto»

Giorno del Ricordo. A Cagliari la testimonianza di Giuliano Lodes, figlio di una coppia istriana che da Pola ha dovuto abbandonare tutto ciò che aveva e affrontare un difficile esodo.

  
Il Giorno del Ricordo. Da una parte la tragedia dei tantissimi italiani, e sardi, gettati dalle truppe titine nelle foibe, con l’accusa di essere fascisti. Dall’altra parte, invece, l’esodo di fiumani e giuliano-dalmati da quelle terre, come Fiume, Istria e la Dalmazia, da sempre casa loro. A Cagliari la testimonianza di Giuliano Lodes, figlio di una coppia istriana che da Pola ha dovuto abbandonare tutto ciò che aveva e affrontare un difficile esodo: «Io sono un profugo istriano. Il 1947 segna la mia data di nascita a Gorizia, ma anche quella della fuga dei mie genitori da quelle terre cedute alla Jugoslavia, all’indomani del trattato di pace».

Dramma, che coinvolse, insieme alla famiglia Lodes,  circa 350 000 italiani. Una decisione sofferta, dettata dalla volontà di non sottostare all’opera di slavizzazione dei partigiani di Tito, spingendo migliaia di famiglie a lasciare le loro case e trasferirsi in altre regioni italiane. «Mia madre ricordava queste truppe. – racconta Lodes – Soldati grezzi, vestiti di stracci, col mitra e convinti delle loro idee». Già dopo l’Armistizio  dell’8 settembre 1943 i partigiani iniziarono una progressiva e graduale epurazione etnica di “italiani fascisti” nei territori istriani, fiumani e dalmati. Un’ondata di violenza perpetrata contro uomini, donne, bambini, sacerdoti e oppositori vari, innocenti: «È la tragedia delle foibe. Quelle voragini a imbuto in cui venivano gettati gli italiani che si opponevano alla slavizzazione di quei territori. Luogo simbolo è la foiba di Basovizza, in cui è stato ritrovato un numero altissimo di morti».

C’è chi allora, con la terribile minaccia di una morte terribile e per nulla desideroso di sposare una cultura che non gli apparteneva, decide di scappare in Italia come profugo: «Alcuni arrivavano nei porti di Ancona e di Venezia con il piroscafo Toscana, io e la mia famiglia giungemmo in uno dei tanti centri di accoglienza sparsi in tutta la Penisola, con i tantissimi disagi che si possono immaginare». Un esodo drammatico per tante famiglie, le quali spesso trovarono forte ostilità da parte dei loro stessi connazionali: «Spesso noi profughi venivano “accolti” tra sputi e insulti. Ci urlavano “fascisti, tornate a casa”, perché, a detta loro, non avevamo accettato la causa comunista, abbandonando la nascente Jugoslavia».



Giuliano Lodes, in fasce,e i suoi genitori si ritrovarono profughi nel loro stesso paese. Nel 1949, però, arrivò la coraggiosa decisione del padre di trasferirsi in Sardegna: «L’Isola accolse a Fertilia il primo nucleo istriano, ma circa 300-350 persone arrivarono a Cagliari con tutto quel poco che avevano».  Tra questi, anche la famiglia Lodes. Ad accoglierli c’era una città sventrata dalle bombe e messa in ginocchio dalla lunga guerra,  che non aveva però dimenticato il sentimento di umanità e solidarietà nei confronti di chi aveva perso tutto: «Le difficoltà erano tantissime, sia per noi che per i cagliaritani. Tuttavia, a differenza di tanti altri, noi trovammo la massima comprensione e disponibilità ad aiutarci. Noi siamo riconoscenti  a questa città. Ci ha permesso di rifarci una vita».

Con la legge del 30 marzo 2004 la Repubblica italiana riconosce il 10 febbraio come “Giorno del Ricordo”, al fine di preservare la memoria della tragedia degli italiani e degli infoibati. Ma ancora questo capitolo buio della storia italiana pare essere dimenticato: «La storia, la scrivono i vincitori. E questi  non hanno detto tutta la verità. I libri di storia dimenticano le responsabilità dei vincitori e dei vinti. Queste pagine di storia dovrebbero far parte del nostro patrimonio».