Rassegna Stampa

L'Unione Sarda

Daniele Conti, a 40 anni la nuova sfida da dirigente «Il Cagliari è la mia vita»

Fonte: L'Unione Sarda
9 gennaio 2019

Compleanno speciale oggi per l'ex capitano: «Mi manca il campo, ma è bello lavorare con i giovani»

Daniele Conti, a 40 anni la nuova sfida da dirigente «Il Cagliari è la mia vita»

Fabiano Gaggini
Sono passate tre stagioni e mezzo da quando ha appeso le scarpette al chiodo, sembra l'altro ieri. Forse perché il Cagliari non ha ancora trovato un erede all'altezza nel ruolo di regista. Anche se poi il vuoto più grande, Daniele Conti, lo ha lasciato nel cuore dei tifosi. Orgoglio, senso di appartenenza, fedeltà assoluta. E soprattutto, partite epiche, duelli mozzafiato e gol indimenticabili, come quello al 95' contro il Napoli nel 2008 o i cinque alla Roma, una culla ingombrante (come il cognome stampato sulle spalle) diventata col tempo una sfida continua, forse la più esaltante. Nessuno come lui poi nella storia del club: 464 presenze, record da leggenda e un posto speciale - al fianco del Mito Gigi Riva - per l'ex centrocampista di Nettuno che oggi compirà 40 anni, magari con qualche ruga e chilo in più ma con lo sfondo sempre rossoblù. Perché sì, è vero, che da quando non gioca più, non è più domenica. Nel frattempo, però, ha iniziato un percorso nuovo e intrigante come dirigente, tra campo e stanza dei bottoni, tra settore giovanile e prima squadra, tra talenti da scovare o aiutare a crescere. Molto più di un direttore tecnico. Uno di cui sai che ti puoi fidare, sempre e comunque.
Daniele Conti, 40 anni e non sentirli?
«Magari li sento quando allo specchio vedo un po' di pancia. Stare ogni giorno a contatto con ragazzi mi aiuta, però, a sentirmi giovane».
Piuttosto, si sente un uomo realizzato?
«Nella vita ho affrontato diverse battaglie, ma col carattere sono riuscito a superarle e crescere come uomo. Ne vado orgoglioso».
È più difficile fare il marito o il padre?
«Il padre, senza dubbio. Star sempre dietro ai figli e far capire loro cosa è realmente importante nella vita non è semplice».
Che cosa è realmente importante nella vita per Conti?
«Dare il massimo per raggiungere i propri sogni stando bene con se stessi e rispettando gli altri. Nel calcio come nella vita di tutti i giorni».
L'importanza di sua moglie?
«Valeria è stata fondamentale. Mi ha trasmesso la serenità per poter svolgere il lavoro con lucidità. Mi ha sostenuto nei momenti difficili e, nel frattempo, ha cresciuto una splendida famiglia».
Si rivede in Bruno e Manuel?
«A volte sì, forse perché anche loro vivono per il calcio».
Quanto pesa il cognome Conti per chi sogna di fare il calciatore in Serie A?
«Per me tanto visto che mio padre è stato campione del mondo e ha vinto uno scudetto. Per loro chissà. Di sicuro, il peso rafforza il carattere».
Il calcio è cambiato rispetto ai suoi tempi?
«Prima c'era più fame. Oggi si tende troppo ad apparire».
Le manca il campo?
«Quando ho smesso ero arrivato mentalmente e non me ne rendevo conto. Più passa il tempo, però, e più mi manca l'adrenalina del campo, lo spogliatoio. I ragazzi della Primavera, per fortuna, mi stanno facendo tornare indietro nel tempo, facendomi rivivere le emozioni vissute da giocatore».
Si sente più un ex calciatore o un dirigente?
«Un dirigente, anche se ancora sto imparando e scoprendo il mestiere. Ho iniziato questo percorso con grande passione. Mi piace stare in mezzo ai giovani e andare a vedere delle partite».
Scoprire un giovane talento gratifica quanto una vittoria?
«Certo. Anche se la scelta di un giocatore, va detto, è il frutto di un lavoro di squadra. Dal presidente in giù».
La prima caratteristica che guarda in un ragazzo?
«Dipende dal ruolo, dall'età. Le qualità tecniche innanzitutto, poi i margini di miglioramento che può avere».
Cosa è il Cagliari per Daniele Conti?
«La vita. C'è la mia famiglia, subito dopo viene il Cagliari. Lo amo proprio. Quando ho smesso sono stato sei mesi a casa, mi mancava l'aria».
Ricorda il primo giorno?
«Come se fosse ieri. Mi eccitava l'idea di giocare dove ero stato in vacanza da bambino. Ma ero acerbo, immaturo, ancora dovevo capire come comportarmi».
Potesse scegliere una partita da rigiocare, una sola?
«Cagliari-Napoli, la rigiocherei mille volte. Quel gol al 95' ha cambiato la mia storia e quella del Cagliari. Ci davano tutti per spacciati, ma quel giorno siamo rinati».
È stato quello il periodo più intenso della carriera?
«Assolutamente sì. Quella salvezza vale uno scudetto. Mi sentivo invincibile».
Il compagno più forte?
«O'Neill, anche se ha raccolto meno del suo talento».
Il miglior nemico?
«Quando entravo in campo volevo vincere per il Cagliari qualunque fosse l'avversario. Odiavo perdere, lo dimostrano i tanti cartellini gialli, il mio grande cruccio».
Ha rimpianti?
«L'ultimo anno. La retrocessione mi ha logorato. Volevo dare di più ma non ci sono riuscito per diversi motivi. Con la testa avevo smesso ormai, non avevo più la forza di aiutare la squadra».
Che effetto fa, dopo tanti anni, lavorare gomito a gomito con Cossu e Agostini?
«È bello. Siamo tutte persone che non tradirebbero mai il Cagliari, mai. E questo per la società è importante».
Il successo di Lopez in Uruguay?
«Grande Diego. Ha dimostrato di avere doti, carattere e personalità per diventare un grande allenatore».
A 40 anni il rapporto con gli arbitri è sempre spigoloso?
«Diciamo che adesso conto sino a dieci prima di esplodere. A volte ci riesco, altre no».
Quello con gli allenatori?
«Lo stesso da calciatore. La mia stima prescindeva dal fatto che giocassi o meno».
Se incontrasse Zeman o Bisoli?
«Il tempo passa. Se avranno il piacere li saluterò volentieri, altrimenti pazienza».
Barella può diventare uno dei centrocampisti più forti al mondo?
«Sì. Ha qualità, personalità. E ampi margini di miglioramento. Basta vedere il suo impatto in Nazionale».
È così difficile trovare un regista alla Conti?
«Non mi piace parlare di me. Nel Cagliari ci sono play che sanno giocare al calcio».
A proposito, le piace il Cagliari di Maran?
«Molto. Vedo una squadra quadrata e un allenatore che lavora tanto e dà regole».
Qual è il confine tra i sogni e la realtà per i tifosi rossoblù?
«Il tifoso del Cagliari vuole vedere la squadra dare tutto in campo e lottare per la maglia. Anche per questo io sono cresciuto come uomo».
Una torta, quaranta candeline: il desiderio?
«Due, se possibile. La salute per la mia famiglia e raggiungere traguardi importanti in questa veste. Per il Cagliari».

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