Rassegna Stampa

La Nuova Sardegna

Le regole minime della creatività

Fonte: La Nuova Sardegna
4 ottobre 2013

 
Intervista con Stefano Bartezzaghi, ospite stasera alle 21 della rassegna in corso a Cagliari




di Roberta Sanna wCAGLIARI “Un rebus”, da decifrare giorno per giorno. Se fosse un gioco enigmistico l’attuale momento politico sarebbe fatto della materia onirica dei rebus e dei sogni, per l’enigmista, saggista e docente Stefano Bartezzaghi, oggi a Cagliari per il Festival Tuttestorie. Se fino a poco tempo fa la politica poteva essere inquadrata in una griglia simile al cruciverba, dove immettere termini ben definiti dall’alto in basso o da destra a sinistra, «ora – spiega Bartezzaghi – siamo entrati nell’epoca del rebus, in cui ci sono figure, combinazioni e collegamenti misteriosi. C’è insomma qualcosa onirico e anche di fantasioso, seppure non molto gradevole, nella politica italiana». Dopo la domanda creativa che, dice, lo coglie di sorpresa, chiediamo due aggiornamenti per proseguire il gioco del suo libro di qualche anno fa, “Non se ne può più, primo censimento dei tormentoni”. Propone il recentissimo «agibilità politica, espressione fra l’altro sbagliata per come è costruita», e l’onnipresente “anche meno” (altra versione: anche no) che diventerà proprio il titolo del suo prossimo volume in uscita da Mondadori tra un mese. Ma sicuramente – aggiunge – «l’attualità politica ne farà emergere molti altri». Saremo invece nell’ambito dell’ultimo libro “Il falò delle novità”, acuta analisi del mito della creatività e delle sue contraddizioni, nell’incontro di stasera alle 21. Bartezzaghi, intervistato da Celestino Tabasso, sarà all’ExMà per “Giocare in casa” con «qualche suggerimento per addomesticare la creatività». Ovvero per fare “Tana”, secondo il tema di quest’anno, nello spazio Babbo Parking. Quell’addomesticamento non è un consiglio paradossale di riduzione in cattività – che poi «ragionando sulla creatività, coi paradossi siamo appunto a casa nostra» spiega Bartezzaghi – è semmai «quel portare a casa, rendere domestica, familiare, la creatività, per uscire dalle abitudini grigie, abituandosi invece a cambiare punti di vista». Ma è anche un riferimento a quella necessaria “imbrigliatura” di cui l’energia scatenata e creativa necessita per superare l’imbarazzo della scelta, quel limite, quell’impegno, cui ci costringono “le regole del gioco”. In ambito artistico, oltre le tecniche, c’è il talento, l’occhio che sa scegliere. «Una volta chiesero al pittore catalano Juan Mirò: perché se raccolgo un sasso da una spiaggia resta un sasso, e se lo raccoglie lei è un Mirò?». In campo pedagogico, i giochi di parole mostrano «la materia del linguaggio». Nel cercare la soluzione abituano, e non solo i bambini, «a non scegliere la prima parola che viene in mente, ma a fare quello sforzo dato dal limite, dalla regola del gioco: questo articola nella nostra testa il linguaggio, ci rende più consapevoli di ciò che diciamo. Se chiedo: saluta senza dire la lettera “o”, non potrai dire né buongiorno né ciao. Dovrai cercare altro, come “salve!” o “passa un bel dì”». Insomma, col linguaggio si gioca, e se, come per la creatività, non esistono formule magiche, c’è una riflessione importante da fare: «Penso che per gli educatori, gli insegnati, i genitori, prima dell’attenzione per le parole, venga l’attenzione per la persona e per la relazione. Per quanto giovani, sono persone, e quando si gioca lo si fa su un piano di parità. Ecco, quando si costruisce sia in ambito scolastico che familiare un momento di parità, i giochi vengono fuori». Certo non si può sceglierne uno che vada bene per tutti, anche fra i tanti che Bartezzaghi propone nelle rubriche dove si diverte con i lettori. Non c’è una ricetta standard, piuttosto un’attitudine, un metodo. «Chi vi si è applicato è il buon vecchio Gianni Rodari, con la sua “Grammatica della fantasia”. Mostrava proprio delle tecniche, anche per costruire favole». Per esempio il contrasto. Scegliere due termini lontani e unirli con le preposizioni. «Metti: il cane nell’armadio. C’era un cane che viveva nell’armadio… È già l’inizio di una fiaba possibile. Ecco, avere un’attitudine da esperimento fa inventare giochi. Anche i giochi di società più belli capita di inventarli insieme durante la conversazione. Ci vuole insomma un’attenzione per il linguaggio, isolarlo come se si prendesse una porzione, un microbo, e lo si guardasse al miscroscopio».