Rassegna Stampa

L'Unione Sarda

Il figlio della “Piccola città”

Fonte: L'Unione Sarda
27 aprile 2012


Cagliari in una mostra fotografica e nella riedizione di un libro: omaggio
a Giuseppe Podda giornalista e scrittore che conosceva l'anima casteddaia
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Per chi l'ha conosciuto, grande è il rimpianto della sua dipartita, cinque anni fa: spazzato come un birillo da un'auto durante la passeggiata mattutina, poi mesi di penosa sofferenza e la liberazione da quel corpo costretto al male che più aborriva, l'inerzia.
Per chi non l'ha conosciuto, grande sarà la scoperta di un uomo semplice che non volle mai farsi intellettuale, moltiplicandosi nei ruoli di giornalista, scrittore, militante comunista, esperto di cinema, cantore appassionato della Cagliari popolare. L'occasione, per gli uni e gli altri, di ricordare la figura di Giuseppe Podda, morto a 77 anni il 26 aprile del 2007, arriva dalla giornata evento di lunedì con l'inaugurazione della mostra fotografica “La città che non muore” (Spazio Search, presso il Municipio di via Roma) che fino al 6 maggio proporrà le immagini dell'archivio di Podda, insieme a un reading musicale e una tavola rotonda sulla riedizione del libro Piccola città. Uomini e storie di Cagliari e dintorni (Aipsa editore).
LE SUE PASSIONI Giuseppone era uno scapolone ma aveva avuto passioni infuocate: per il partito comunista, sua dimora politica, ideale e morale al quale aveva dedicato ogni minuto dell'esistenza, sempre dalla parte del popolo, rifiutando di scalare la nomenklatura, diventandone uno spirito critico contro i pressappochismi, le prebende e i tradimenti; poi la passione-missione per il giornalismo, macinando pagine e articoli sull'Unità e su Rinascita, affinandolo in impegno sociale e culturale, infine trasmigrando nei saggi e nella memorialistica; e per il cinema, magnifica ossessione coltivata nelle sale fumose di terza visione odorose di umanità e trasformata in lucida e pignolesca conoscenza critica e storica.
LA GRANDE FAMIGLIA Tre passioni totalizzanti vissute dentro una grande famiglia: Cagliari. La sua città che è stata madre, moglie e amante: custode di antiche memorie, culla di lazzi e frizzi popolareschi, irriconoscibile voltagabbana nella foga palazzinara. Dal Poetto oasi ancora candida, dove Giuseppe Podda amava passeggiare e al quale ha dedicato un delizioso libro ai vicoli umidi e proletari della Marina, dov'era nato e vissuto col padre pescatore, passando per l'elegante via Roma e i luoghi di spettacolo che oggi non ci sono più, dal Politeama ai cinema Olympia, Eden, Due Palme.
ANIMA CASTEDDAIA In pochi hanno saputo cogliere l'anima casteddaia della città, Podda era uno di questi: una scrittura veloce e sapida, pennellate veraci e profonde insieme, un po' cronista, un po' memorialista, mai noioso. Perché il suo racconto - nel quale trovavano spazio ricordi, dettagli, informazioni, annotazioni sociali e storiche in un mix avvincente - è sempre stato ad altezza del cagliaritano medio, che si è riconosciuto nella tecnica narrativa di Giuseppe: l'intermezzo, del dialetto, descrizioni, frasi, battute, un casteddaio ironico e fulminante, in cui percepivi animarsi le voci di dentro del Vecchio Mercato de s'impleau e su bastasciu , lo sciamare nei vicoli de is piccioccus de crobi scruzu e a carzunis sfundau o i bambini chi gioganta in su giardinettu , il chiacchiericcio della marmaglia nei cinematografi ( «O Margistu, bocci a su nemicu» ), il passo spedito delle segnorine e de sa sennora allicchirìa sulla terrazza del Bastione, gli odori di minestra da una trattoria e quelli di salsiccia da una festa dell'Unità. Una Cagliari d'altri tempi, coccolata e criticata insieme all'amico Aquilino Cannas, senza mai toccare le corde facili della nostalgia perché a Podda interessava restituire l'atmosfera della «gente di città e della città della gente», sa gentiscedda de bottu e is de nousus de Castedd'e susu , la vita, la storia, le vicende quotidiane, le radici del popolo.
ACUTO OSSERVATORE Un testimone prezioso è stato, Giuseppe Podda: osservatore e ascoltatore di squarci di realtà della città che fendeva a piedi, in tram o autobus perché lui la patente non l'aveva mai presa. E se ogni tanto qualche nome o data non coincideva, non era superficialità, era la sua vocazione all'oralità, a raccontare, a tramandare ricordi - impolverati o destinati all'oblìo - dei suoi concittadini, soprattutto gli emarginati, le fasce deboli, la gente comune.
Sembra di vederlo ancora nella sua anonima divisa d'ordinanza: giacca e polo sempre abbottonata, macchina fotografica al collo. Dovunque andasse, doveva documentare: uno sciopero dei lavoratori, una manifestazione dei minatori, un pescatore intento a sciogliere le reti, un'operaia della Manifattura Tabacchi, e soprattutto militanti comunisti, uomini e donne compagni di lotte. Il suo obiettivo fermava anche un angolo di Cagliari che veniva abbattuto o inquadrava attori, registi, scrittori di nome che arrivavano in Sardegna. Infilava tutto in cartelline ma non sempre schedava i materiali, solo lui sapeva mettere mano a quell'archivio custodito in casa che sembrava un debordante suk tra foto, riviste, libri, ritagli, fascicoli, giornali, manoscritti, fogli di ciclostile, appunti su foglietti di carta. Un patrimonio che copre mezzo secolo, a partire dal dopoguerra e in cui scorrono Cagliari e la vita politica, sociale e culturale. La mostra “La città che non muore” è il primo passo per rimettere ordine nel fondo Podda, «uno spaccato sardo di grande interesse storico e iconografico per il quale sarà avviato un lavoro di catalogazione e valorizzazione in grado di salvaguardarlo e favorirne la fruizione pubblica», dice il curatore Gianni Fresu.
LEZIONE ETICA Ma sarà anche l'occasione per riflettere sulla lezione etica del “compagno” Giuseppe, il suo vizio sano di essere comunista quando questa parola aveva un senso ideologico legato però a un progetto etico, giusto e popolare nel quale aveva sempre creduto e personalmente praticato. Aveva frequentato Renzo Laconi, Velio Spano, Pietro Ingrao, Enrico Berlinguer, giganti di una politica al servizio delle persone, dirigenti colti e intelligenti: ecco perché negli ultimi decenni sentiva la politica come una congrega di Giuda, circondato da parlamentari e consiglieri regionali (soprattutto del suo partito, non faceva sconti a nessuno) che avevano vilipeso l'ideale originale (quanta delusione nel passaggio al Pds e poi ai Ds), gente senza preparazione, imborghesita, lontana dai ceti popolari, che di Gramsci e Lussu a malapena conoscevano qualche frase. Si scagliava rabbiosamente contro i privilegi delle cariche istituzionali e i finanziamenti pubblici, lui che se non fosse stato per l'intervento di Luigi Pintor non avrebbe neppure preso la pensione (il giornale non gli aveva pagato i contributi), dopo 35 anni da redattore all'Unità e 20 da vicedirettore e poi direttore a Rinascita Sarda. Non era un militante ottuso, né dogmatico e neppure impermeabile alle innovazioni: semplicemente non amava la politica con i lustrini dello show ridotta a rissa verbale e il giornalismo diventato zerbino di pallidi leader, trascurando la gente chi si sfianca per arrivare decentemente a fine mese. Riflessioni che sembrano scritte oggi sotto la cappa della crisi, invece erano i profetici pensieri di chi, da tempo, aveva capito l'andazzo dell'Italietta.
UN BURBERO BENEFICO Bastava poi essergli stato amico (lo decideva lui, naturalmente) per entrare nel giro impetuoso dei suoi strali, telefonava alle 7,30 del mattino pochi fidati colleghi per un'acida rassegna stampa che durava tre quarti d'ora ma che metteva a nudo le magagne di tutto e di tutti. Era un burbero benefico, un rompiscatole intransigente, un grillo parlante dalla coscienza pulita, dal granitico rigore morale. Tanti gli devono tanto: ha aiutato i giovani (Alberto Rodriguez e Sergio Atzeni erano due sue creature), è stato un ghost writer per politici, giornalisti, laureandi per spirito di amicizia e altruismo, senza mai chiedere un soldo di diritto d'autore, è stato un lavoratore infaticabile, generoso nell'inventare e realizzare progetti culturali, che nemmeno il compagno Stakanov avrebbe potuto stargli dietro. E ancora, il cinema: non vissuto da cinefilo ma con leggerezza calviniana, basta leggere i tre volumi Cagliari al cinema (Aipsa editore) col gusto dell'aneddotica e sullo sfondo la città che cresce e cambia. Conosceva a menadito il cinema di regime, il neorealismo, i divi dei telefoni bianchi, ed era un divertimento, quando perdeva per un momento il suo aplomb di educata riservatezza (era un puritano dal punto di vista del costume), sentirlo affabulare sulle prurigini del sottobosco di celluloide, il sofà del produttore e le tresche di attrici e attori che cambiavano lenzuola a ogni notte.
Per una volta è bello dire che Cagliari non ha dimenticato un suo figlio generoso, onesto e umile che ha saputo raccontarla nei suoi anfratti popolari.
Sergio Naitza