Rassegna Stampa

L'Unione Sarda

Il ragionier Morgan alla riscossa, l'altra faccia di borgo Sant'Elia

Fonte: L'Unione Sarda
26 marzo 2012



di GIORGIO PISANO
Difficile dire quando è scoccata la scintilla della riscossa. Forse era compresa nel nome o forse è stato quando suo zio andava a trovarli «con un meraviglioso Vespone 125 Px e a me pareva un astronauta». Quel giorno ha giurato a se stesso che, appena compiuta l'età giusta, ne avrebbe avuto uno uguale. O forse tutto è cominciato quando, da bambino, s'è messo in società col cuginetto: vendevano panini e bibite agli ambulanti nei mercatini rionali. «E funzionava, gli affari andavano bene». C'è anche un'ultima ipotesi: la conquista di un diploma al premiato istituto tecnico Martini di Cagliari: ragioniere, finalmente.
Di sicuro Morgan Cera, 35 anni e un figlioletto che si chiama Sebastian ma anche Morgan proprio come il padre, ha capito al volo che non erano previsti regali dalla vita. Soprattutto se c'è l'aggravante d'essere nati e cresciuti a Sant'Elia. Eppure proprio lì, giocando in casa se si può dire, s'è preso una grande rivincita: dal Duemila guida la cooperativa che gestisce il Lazzaretto, centro culturale polifunzionale. Un ragioniere al servizio dell'arte, insomma. Alla faccia d'una cronaca che associa il nome della borgata solo a due-argomenti-due: blitz antispaccio delle forze dell'ordine e polemica sullo stadio.
Del corsaro Morgan ha mantenuto il codino e, quando l'adopera, un foulard affollato di piccoli teschi. Barba lunga quanto basta, abbigliamento casual. Non è esattamente uno di quei giovani bamboccioni che fanno venire mal di pancia al governo. Dopo la società col cugino, crescendo crescendo ha fatto il commesso di pescheria, l'anti-taccheggio nei supermarket, la guardia notturna, il venditore dei celebri panini africani in via Cimarosa, il mastino per conto di un'agenzia recupero-crediti. Esperienza, quest'ultima, che considera fondamentale per la sua maturità. «Mi ha insegnato a riconoscere la gente bugiarda da quella veramente disperata, quella che per onorare un debito si leva il pane di bocca e quell'altra che invece s'inventa mille scuse per paccarti».
Figlio di un ambulante (calzature prima e abbigliamento poi, tour ininterrotto per tutta la Sardegna prima e sola provincia poi), Morgan ha un fratello che si chiama William: insieme alla mamma, rappresenta un punto fermo della sua esistenza. Come tanti coetanei di borgata, quand'era ragazzo si è sentito cittadino di un mondo a parte. «Per dire che mi spostavo di quartiere usavo un'espressione comune: scendo a Cagliari». Come se Sant'Elia non fosse un pezzo della città. Nel Duemila è approdato al Lazzaretto, una fortezza affacciata sul mare: duemila metri quadrati di coperto e una corte interna di 500. Pietra bianca, ha ospitato appestati, lebbrosi, dannati della terra. Le prime fonti documentali risalgono al diciassettesimo secolo ma già duecento anni prima c'erano tracce di un insediamento. Il Lazzaretto - che ospita mostre, laboratori, dibattiti, concerti - è una meraviglia azzoppata: sta a Sant'Elia, il che è una piccola maledizione, un marchio d'infamia, una lettera scarlatta.
A governarlo, grazie ai contributi di Regione e Comune, c'è ora il ragionier Morgan. Il quale, ancora adesso, non disdegna lavoretti extra per arrotondare. «Chessò, se capita una rullata alle pareti, me la faccio». La moglie lavora da Mc Donald's.
Il nome Morgan da dove arriva?
«A mia madre piaceva il suono di questa parola. E quando ha saputo d'essere incinta, ha deciso che suo figlio si sarebbe chiamato così».
Le dà fastidio?
«Perché dovrebbe?, l'ho pure trasmesso a mio figlio».
Infanzia dura a Sant'Elia?
«No. Abbiamo campato dignitosamente, sapendo che oltre il necessario dovevamo pensarci noi».
Cioè?
«Per pagarmi il campeggio andavo allo stagno a fare arselle. Per fortuna non ero interessato all'abbigliamento griffato. In testa avevo altro».
Cosa?
«La Vespa, mito delle due ruote».
L'ha raggiunto?
«Ne ho due. Una, vecchia di 40 anni, l'ho comprata perché ci siamo guardati ed è stato colpo di fulmine. L'altra è nuova. Laura, mia moglie, condivide questa passione. Appartengo a quella categoria che dice preferisco spingere una Vespa che guidare una Lambretta».
Ha 35 anni e un bambino: non la solletica l'idea del posto fisso?
«Che palle, il posto fisso. Ho famiglia ma preferisco una vita movimentata. Ci si diverte di più a non sapere cosa farai domani».
Ha fatto il bamboccione fino a quando?
«Non ho avuto il tempo per fare il bamboccione. Qui devi crescere in fretta. Non ci è mai mancato nulla ma, se occorreva, dovevi dare un mano. Quando babbo è stato disoccupato, io e William ci siamo rimboccati le maniche. Abbiamo fatto cioè quel che succede in qualunque famiglia normale».
Si sente di serie B?
«Dipende dalle persone con le quali mi rapporto. A scuola era certamente così: essere di Sant'Elia veniva considerato terribile. Credevano di non poterci neppure camminare. Succede ogni tanto anche adesso».
Cosa?
«Che chiamino il Lazzaretto per una mostra e chiedano: vorrei venire a vederla ma ho paura per la macchina. C'è anche di peggio».
Per esempio?
«Ricordo una cerimonia d'inaugurazione e una signora sbigottita di trovarci tutti in giacca e cravatta. Eravamo perfino carini. Ma siete proprio di Sant'Elia Sant'Elia?»
Sa cosa sia la flessibilità?
«Io sono la flessibilità: non ho mai scelto un lavoro, è sempre il lavoro che sceglie me. Nella nostra cooperativa, otto buste paga e contratti di solidarietà per non mandare a casa nessuno, abbiamo trecento cappelli: oggi fai il muratore, domani il giardiniere, dopodomani il manutentore. È l'arte di arrangiarsi. Che dice, si può chiamare flessibilità?»
Suo figlio va a scuola a Sant'Elia?
«Asilo delle suore mercedarie. A Sant'Elia, certo».
Che senso ha il Lazzaretto in un rione come questo?
«Fosse stato in un altro quartiere, avrebbe certamente avuto un destino diverso. Qui c'è qualche problemino, a parte quelli che conoscete: scarsi collegamenti pubblici, pochi servizi, una sola strada d'accesso».
Visitatori e bilancio.
«Diecimila nel 2009, sedicimila nel 2010. L'anno scorso siamo rimasti chiusi per lavori di restauro. Bilancio: 200 mila euro».
Perché il Lazzaretto non brillerà mai come il Man di Nuoro?
«Perché ci dividono, al di là della capacità dei singoli, finanziamenti per un milione di euro».
Difficoltà di convivenza con la borgata?
«Mai. Anni fa abbiamo beccato dei pischelli che si preparavano a fare scritte-spray sui muri esterni. Non si erano accorti che stavano sotto l'occhio delle telecamere. Bloccati all'istante e riconsegnati ai genitori».
Il paesaggio esterno è comunque quello: droga, furti...
«Non si legge altro sui giornali, lo so. Però la borgata è anche strapiena di storie bellissime di gente perbene, solo che non fanno titolo. A colpo d'occhio mi rendo conto che siamo indifendibili ma questo rione racconta di tante persone che lavorano, di ragazzi laureati che si fanno onore. Il resto, lo ammetto, non è un problema, è una piaga».
Incidenti di percorso: furti, attentati?
«Quando mai, non si ruba a casa dei ladri. Il quartiere ci vede in molti modi: c'è chi si chiede perché il Lazzaretto sia stato concesso proprio a noi, c'è chi ci tollera, chi ci invidia, chi manifesta indifferenza, chi ci vuole bene. Perché c'è anche chi ci vuole bene: quando abbiamo aperto la ludoteca si sono iscritti 120 bambini del rione. Non è un segno di simpatia?»
Cambierebbe quartiere?
«Per ragioni logistiche oggi abito a Pirri ma rimarrò per sempre di Sant'Elia. Conoscete un posto migliore?, un posto che abbia panorami come il nostro e un vecchio borgo di pescatori così suggestivo?»
La svolta della sua vita.
«A parte l'educazione che ho ricevuto in famiglia, un episodio mi ha certamente colpito. Una mattina, abitavo nella zona nuova del quartiere, ho visto per strada un morto d'overdose. Mi ha terrorizzato. L'ho fissato a lungo e mi sono detto: Morgan, tu non devi fare questa fine. Non sono l'unico, però».
A far cosa?
«Ad aver pensato così. Non siamo cresciuti in una campana di vetro, non avevamo bisogno di cambiare strada per non vedere o evitare certi spettacoli. Li avevamo sotto gli occhi tutti i giorni ma appartenevano comunque a un mondo lontano dal nostro».
Tentazioni.
«Un giorno mio padre ha detto a mamma che gli avevano proposto di tenere certa merce in casa. Ha risposto no. A me non è mai accaduto niente del genere: c'è un passaparola che fa sapere da che parte stai. Quando bussano alla porta, noi apriamo tranquillamente, non chiediamo prima chi è».
Resistenze della città a frequentare il rione.
«Ci sono, fanno parte di luoghi comuni che sopravvivono. Parrebbe quasi che per venire al Lazzaretto serva la scorta armata. Poi, stranamente, la domenica tutto cambia: al mercatino ci sono decine di migliaia di persone che, chissà perché, nei giorni festivi di noi si fidano».
Rapporti con la politica.
«Quando ha vinto le elezioni comunali Massimo Zedda ha detto: sarò il sindaco di tutti. L'ho preso in parola. Quanto a me personalmente, della politica mi importa davvero poco. Noi del Lazzaretto ci occupiamo di sopravvivenza, non di politica».
Differenze fra centrodestra e centrosinistra?
«Valutiamo solo sui tempi di risposta. Differenze, nessuna. Sono lenti, lunghi, demoralizzanti. Guadagniamo 850 euro al mese, abbiamo deciso di tagliarci le ore di lavoro per non mandare nessuno a casa. Non puoi dire a un padre di famiglia che i fondi non bastano per tutti».
Tempi di accoglimento di un progetto?
«Biblici. Credo non si rendano conto che realtà e politica vivano lontanissime».
È vero che per nascere e sopravvivere serve la benedizione del parroco?
«Tutto è cominciato quando don Marco Lai, il parroco di allora, ha messo in moto una serie di cose. Noi non avevamo formazione professionale, eravamo semplicemente ragazzi che volevano lavorare. Sono molto riconoscente a don Marco per il suo sostegno».
Si è mai sentito inadeguato?
«Tante volte. Ricordo una mostra aperta da un'intellettuale molto snob, una signora molto compresa nel ruolo che mi guardava e - quasi fosse una rappresaglia - sparava sventagliate di citazioni davanti a un pubblico intimidito. Parlava di opere e artisti minori, nomi che io non avevo mai sentito prima. Ero talmente disperato che a quel punto ho lanciato con gli occhi un Sos a una collega, Chiara. Che s'è alzata e m'è venuta vicino per sussurrarmi all'orecchio la traduzione simultanea in italiano popolare».
I pensieri, quando si mette a letto.
«Ho paura per mio figlio. È piccolissimo e io ho il dovere di dargli tutto. A preoccuparmi è soprattutto il suo futuro: cosa troverà? Un po' di stabilità mi metterebbe a dormire appena appena più sereno».
Fosse suo, cosa potrebbe essere il Lazzaretto?
«La cultura non porta bilanci in pareggio. Senza Comune e Regione, saremmo alla canna del gas. Per fare soldi, il Lazzaretto dovrebbe diventare una discoteca: spero non accada mai. Il mercato è spietato. Ci vogliono spalle larghe per stare a galla, le mie non sono larghissime».
C'è una manifestazione-sogno che vorrebbe realizzare?
«La immagino dal 2005: un concerto degli Africa Unite. Sono sicuro, pienone».
Siete nati ghetto, morirete ghetto?
«Se non ci svegliamo, temo di sì».
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