Rassegna Stampa

La Nuova Sardegna

Le ragioni antiche dell’autonomia

Fonte: La Nuova Sardegna
20 febbraio 2012

Lingua, cultura e identità in una riflessione compiuta dall’archeologo sul pensiero di Antonio Gramsci



L’importanza degli studi sul folklore lasciati dal grande rivoluzionario



La lingua come forte elemento di coagulo delle forze vive dell’isola verso lo sviluppo democratico

Pubblichiamo un pezzo scritto da Giovanni Lilliu nel febbraio del 2000 per la «Nuova Sardegna» su lingua, cultura e identità sarda.


di Giovanni Lilliu
Vi è più di un indizio che fa supporre in Gramsci l’idea di una unità significativa della lingua sarda, regionale-popolare, in funzione di coagulare le forze vive dell’isola verso lo sviluppo democratico. Erano queste le masse popolari contadine e pastorali alle quali, come a quelle operaie del Nord d’Italia, egli assegna il ruolo principale del riscatto dal vecchio stato borghese e giacobino e del passaggio rivoluzionario a una nuova e diversa fase economica e sociale fondata sulla democrazia proletaria e egemonizzata dal «Moderno principe», cioè il Partito comunista di modello leninista. Nel 1922 Gramsci sosteneva che la questione sarda si doveva risolvere a partire da una rivendicazione etnica territoriale e dalla remota, diffusa e insistita aspirazione all’autonomia e all’autogoverno, nei ripetuti tentativi, peraltro non riusciti, di sottrarsi al dominio straniero e di darsi proprie istituzioni. Questo storico anelito si rifletteva - a suo giudizio - anche nel sovversivismo elementare, sino a forme deviate, delle masse popolari sarde, e nell’istintivo sentimento anticontinentale. Non è un caso, dunque, che Gramsci si faccia scrivere «da due bolscevichi della Sassari», in lingua sarda, lo slogan della futura rivoluzione in Sardegna: «Viva sa comune sarda de sos massaios, de sos minadores, de sos pastores, de sos omines de traballu» («Avanti», 13 luglio 1919).
Dalle non insignificanti conoscenze ed esperienze - dell’infanzia della gioventù - di usi, costumi, credenze, tradizioni popolari nell’ambiente paesano e nel suo contesto culturale, nasce l’interesse e lo studio di Gramsci per il folklore. Egli vi riconosce «la concezione del mondo e della vita di certi strati della società determinati nel tempo e nello spazio» e cioè del popolo inteso come «l’insieme delle classi strumentali e subalterne di ogni forma di società finora esistita». Il folklore è un «argomento principale». E va concepito nelle sue manifestazioni spettacolari, pittoresche, romantiche e passatiste ma nelle forme creative e progressive, in contrapposizione o diverse dal mondo degli stessi dirigenti. Può essere una «forza in campo» passibile di utilizzazione anche politica. Nel suo insieme, e a distanza, il denso patrimonio di tradizioni popolari sarde, specchio più o meno fedele di stratificazioni culturali secolari su d’un potente sostrato indigeno che fa da coagulo, dà l’impressione di qualcosa di compatto e unitario all’interno e di diverso soltanto all’esterno non sardo. In realtà esistono differenziazioni aventi per fattori le condizioni naturali, la storia, l’economia, i rapporti e le comunicazioni con le specifiche e singole inventive di luoghi della stessa regione. Però ci sono un filo continuo e una costante di ruolo per cui tutte le diversioni e trasformazioni vengono riunite e risassorbite producendo di tempo in tempo, nella lunga storia, il ripetersi perenne di sempre diverse identità.
Nonostante ciò, il folklore è stato ed è oggi dai più visto come un prodotto subalterno, se non proprio una sottocultura. Né vale a temperare questa concezione aristocratica ed elitaria (di potere) la tesi che il folklore è la cultura delle classi subalterne da elevare alla cultura moderna, che è la cultura con la maiuscola o la cultura sic et simpliciter. Si dice: nel sistema dei dislivelli interni di cultura, concezioni, comportamenti, prodotti del mondo popolare minori non alternativi, sebbene contrastivi, rispetto a quelli dei gruppi egemoni ufficiali, a questi devono essere mirati, nobilitandosi, se vogliono acquisire una carica significante e valorosa di cultura, se cioè vogliono divenire «maggiori». Invece, i fatti di folklore sardi non sono «minori», ma in se stessi «maggiori», competitivi e anche, nella loro misura e mondo, alternativi. Non costituiscono superstizioni né sopravvivenze, ma valori essenziali di vita interiore. Non solo memorie, ma segni stimolanti d’un popolo, condizione attiva e creativa di cultura caratterizzanti lo specifico etnico e morale, elemento di identità della comunità umana sarda. Il folklore si pone come principale costituente della figura e dell’essenza di nazione dell’isola, e come mezzo per la conquista dell’autonomia non ancora raggiunta. Ha un valore «politico», come afferma Gramsci.
Purtroppo il mondo politico non ha saputo né sa ancora leggere questo sapere dell’universo popolare isolano. Non ha saputo né sa guardare dentro le cose del folklore che riflette la realtà sarda nella storia dei tempi lunghi e svela i molti misteri per cui il potere esterno è diventato il vero, unico e costante antagonista al diritto dei sardi alla felicità. Non ha voluto (o non è stato capace) di saldare valenza e momento di autonomia, e con essa di progresso all’essenza del folklore, ossia alla cultura inalienabile del popolo sardo, nel suo respiro col più grande mondo.